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dio, la casalinga disperata

le verdure appese fuori da una casa/negozietto di gonnosfanadiga mi riportano in terra sarda, ma non serviranno per la ricetta di oggi

la ricetta di oggi parla una delle lingue sarde, sì, ma è una ricetta moooooolto anomala…
eeeh lo so… diciamo che è da gustare lentamente e fino in fondo se siete in un momento di relax estivo, ma anche da divorare tra un turno di lavoro e l’altro se le vacanze le avete già fatte o non le fate… attenzione sia in un caso sia nell’altro potrebbe andarvi anche molto di traverso… o quantomeno, essendo piuttosto pesante, non tutt* potrebbero digerirla…

non spaventatevi però… sister food (o la chefa che dir si voglia) non si è folgorata improvvisamente sulla via di damasco (sarebbe più facile a gonnosfanadiga ; ))) )… tutt’altro!!!… sta percorrendo e perlustrando vie per lei sorprendenti, ricchissime, (e che un po’ -o molto- già aveva dentro), da farle sgranare occhi, orecchie, bocche…
…mettiamola così: la ricetta di oggi è solo una piccola/grande provocazione, frutto di una notte (di lettura insonne) di mezza estate… o di una notte di… santa lorenza, se preferite

“i predicatori cattolici hanno sempre visto nelle tre parabole della pecorella smarrita del figliol prodigo e della dramma [moneta n.d.chefa] perduta una traduzione simbolica della misericordia sconfinata di dio. se noi siamo i peccatori, identici a quelli che andavano a sentire le predicazioni di gesù in galilea e giudea, quella del figliol prodigo e della pecorella smarrita sono narrazioni allegoriche della nostra condizione. il buon pastore è ovviamente gesù stesso, che altre volte nel vangelo si è riferito a sè con la medesima similitudine. come il buon pastore, anch’egli va in giro a cercare le sue pecorelle perdute, e quando le ritrova le prende teneramente in spalla; da questa scena di dolcezza possiamo desumere molti particolari della pecora che ci rappresenta, come l’aver avuto una zampa ferita durante le scorribande lontano dal gregge, oppure che sia così stanca per il lungo vagabondare da non avere le forze di ritrovare la strada da sola. la pecora ferita e ribelle viene dunque ricondotta con le altre pecore del pastore buono, che la custodirà in un luogo sicuro al riparo dal lupo e da se stessa. questa narrazione è stata per decenni la base delle liturgie penitenziali, e migliaia di uomini, donne e bambini l’hanno letta o sentita raccontare come allegoria della propria storia personale, prima di recarsi dal confessore a farsi riprendere nell’ovile ecclesiale.
la parabola del figliol prodigo ha goduto di ancora maggior fortuna, perchè l’uso di personaggi umani rende l’identificazione persino più immediata: il padre non può che essere dio padre stesso, mentre il figlio minore è il peccatore che, presumendo con protervia di poter vivere senza l’amore del padre, lascia la sua casa per inseguire l’illusione di una falsa libertà (la libertà fuori dalla casa del padre per i credenti è falsa per definizione). i suoi errori sono i nostri errori. le sue tribolazioni sono le nostre tribolazioni, il suo pentimento anche, così come la speranza di trovare al nostro ritorno un padre tanto tenero da risparmiarci la porta chiusa o la lunga espiazione che meriteremmo, un padre che invece sa spiazzarci accogliendoci immmediatamente nell’intimità della sua misericordia, fregandosene dei bigotti invidiosi che ci auguravano di finire all’inferno.
la tenerezza è talmente sovversiva che mette in radicale discussione il ruolo autorevole e correttivo dellla figura paterna. la misericordia del padre della parabola è talmente estesa e illogica che è apparsa molto più materna che paterna, tanto che il pittore rembrandt nel celebre quadro il ritorno del figliol prodigo ebbe la geniale idea di rendere la dicotomia raffigurando in maniera diversa le mani del padre che stringono il figlio nell’abbraccio: una è virile e nodosa, l’altra affusolata e delicata come quella di una donna.
la terza parabola, pur essendo strutturalmente identica alle altre due, non ha mai costituito traccia valida per nessuna liturgia penitenziale. l’allegoria che suggerisce è infatti inaccettabile per la sensibilità tutta maschilista dell’educazione cattolica tradizionale, che può anche ammettere un cristo descritto come pecoraro sbadato con il suo gregge, e arrivare ad accettare un dio padre privo del più elementare senso della disciplina; ma non può consentire che l’identità divina venga rappresentata da una figura femminile, meno che mai da una casalinga disperata perchè non trova la sua moneta [la dramma, appunto, n.d.chefa]
il potenziale socialmente sovversivo della parabola della dramma perduta è notevole, specie se si considera l’epoca in cui gesù l’ha pronunciata. si tratta per prima cosa di una donna sola: non c’è traccia di una figura maschile in casa, nemmeno come personaggio assente e anche quando ritrova la moneta, la donna chiama a far festa solo le sue amiche. non si tratta di una donna qualunque, ma di una padrona di casa con una sua autonomia economica: la moneta appartiene inequivocabilmente a lei. in nessun passaggio viene lasciato intendere che la cerchi per paura di qualcuno che possa chiedergliene conto. donna, sola e padrona di mezzi: questa è la protagonista della storia della dramma raccontata da gesù. anche senza attribuirle significati allegorici sarebbe già una narrazione sufficientemente rivoluzionaria per la giudea del 30 d.c, un tempo in cui la parola stessa della donna valeva così poco che non era accettata neanche come testimonianza in tribunale se non c’era un uomo a confermarla. l’evangelista luca non si pone minimamente il problema di far narrare a cristo la storia di una donna, nè di inserirla in una serie di tre narrazioni speculari in cui il parallelismo con la misericordia di dio appare così facile da stabilire: tutti i protagonisti in cerca di quello che hanno perduto sono come dio che cerca il cuore dell’uomo per riportarlo a sé. compresa la casalinga disperata per la sua moneta.
la narrazione così esplicitata di un’immagine femminile di dio, benchè presente in ogni copia del vangelo, è stata del tutto rimossa dalla predicazione popolare cattolica. non è difficile riconoscere nella scomparsa di questa parabola le tracce del medesimo processo mistificatorio che ha spinto la chiesa a trasformare maria da ragazza libera e coraggiosa in pia donna docile e muta. l’obiettivo di costruire un immaginario partiarcale normalizzato viene perseguito sia con apposite narrazioni distorte sia attraverso un silenzio chirugico sui passaggi della scrittura che sono contraddittori o non funzionali. nella bibbia sono decine le immagini femminili di dio che sono state deliberatamente ignorate nei processi di costruzione dell’immaginario. questa mutilazione simbolica ha privato le donne del diritto di riconoscersi ‘a immagine di dio’ in un dio che fosse anche a loro immagine. agli uomini è stata invece sottratta la possibilità di vivere la ricchezza di una spiritualità della reciprocità: essi sono costretti a pensarsi dentro una relazione con dio in termini esclusivamente virili, in un cortocircuito simbolico talvolta surreale. se delle suore si dice che sono spose di cristo, dei sacerdoti si è costretti ad affermare che sono sposati con la chiesa, imponendo all’istituzione ecclesiastica (quando non a maria stessa) il vuoto simbolico generato dall’epurazione sistematica delle immagini femminili di dio dai racconti di fede.”

“ave mary” pagg. (di fuoco!) 130-134 (ma anche le altre pagine non scherzano…), michela murgia
(michela, giovane signora sarda che nella quarta di copertina scrive:
“dovevo fare i conti con maria, anche se questo non è un libro sulla madonna [ma è un libro della madonna!, aggiunge la chefa!!!]. è un libro su di me, su mia madre, sulle mie amiche e le loro figlie, sulla mia panettiera, la mia maestra e la mia postina. su tutte le donne che conosco e riconosco. dentro ci sono le storie di cui siamo figlie e di cui sono figli anche i nostri uomini: quelli che ci vorrebbero belle e silenti, ma soprattutto gli altri. questo libro è anche per loro, e l’ho scritto con la consapevolezza che da questa storia falsa non esce nessuno se non ci decidiamo a uscirne insieme.”)

dedico questo lungo, lunghissimo stralcio al gruppo veramente speciale di donne + uomo (speciale) con cui ho avuto l’immenso piacere di parlare di cucina, musica, film, amori, disamori, generi (nel senso del femminile, maschile, ma anche nè femminile, nè maschile, ecc.) e… progettiiiiiiii!!!… e poi odorato, gustato, sorriso, riso, (un pomeriggio anche nuotato) in questo ultimo per me intenso, dolcissimo, solare mese di corsi di cucina estiva

la madonna (nel senso di luisa veronica ciccone) non ne vuole sapere di essere riprodotta qui sotto (ci arriverete con il link, se vi va) …chi lo sa perchè, forse perchè non è assolutamente tra le mie preferite… ma michela murgia la nomina quando dice che “l’unico destino che spetta a un modello troppo lontano per essere imitato è essere rigettato e se necessario anche dissacrato [...] la dissacrazione dell’immaginario religioso operato a partire dal secolo scorso dal cinema, dall’arte, dalla letteratura, dalla pubblicità e dalla musica pop [...] potrebbero non essere altro che tentativi di riportare a un livello di accessibilità [...] i modelli di maria e di cristo divenuti ormai irraggiungibili.”

http://www.youtube.com/watch?v=s__rX_WL100&feature=related

8 Comments

  1. Simonetta
    Posted 11 agosto 2011 at 16:13 | #

    …Posso rimanere in silenzio dopo aver letto lo stralcio dal libro della mia conterranea che tu,abile Chefa,hai trascritto?
    Noooo….
    E come posso tralasciare i riferimenti continui,familiarissimi, che fai alla mia isola?
    Forse mi ripeto…:gli ingredienti delle tue ricette non sono esclusivamente alimentari,ed è per questo che ti seguo,ogni volta li mescoli e fai venir fuori un ottimo minestrone dove ogni “singola verdura” trova il suo significato nel “tutto”.
    Ma…a proposito di madonna(non Ciccone)mi permetto di citare un film che ho visto l’autunno scorso,dove è proposta una Maria diversa,o forse solo più vera, dall’immagine che ci hanno tramandato,il titolo è “Io sono con te”regista Guido Chiesa,anno 2010.
    Domanda finale:si può partecipare ai corsi di cucina che organizzi in Sardegna?
    Un “adiosu”(arrivederci in sardo:-)
    Simonetta

  2. Laura
    Posted 11 agosto 2011 at 22:10 | #

    Cara cheffa, sono Laura, una tua corsista di vecchia data. Sono mesi e mesi che mi riprometto di scriverti con calma per dirti che ti leggo da sempre in silenzio e con ammirazione. Proprio oggi ti ho pensata. Tornata a casa ho aperto il tuo blog e ho trovato questo fantastico articolo fresco fresco. Mi decido allora a postare un commento sia per dirti che ti seguo sempre ma anche per chiederti quale canzone (della) madonna volevi suggerirci (il link non mi si apre perchè sono all’estero). Sono davvero molto curiosa!
    Ai tuoi libri sparsi sul comò ti suggerisco di aggiungere “Ancora dalla parte delle bambine” (2006) di Loredana Lipperini la quale ha ripreso e riconfermato le osservazioni, tanto vere quanto dolorose, di Elena Gianini Belotti che riuscì a dimostrare, a mio parere convincentemente, che lo sviluppo della dicotomica identità sessuale non è altro che il risultato dell’educazione sociale.
    Continua così! :-)
    A presto!

  3. Posted 14 agosto 2011 at 14:21 | #

    …cara simonetta, grazie, grazie, grazie! …ti sorprenderò… sono in sardegna!, sbarcata l’altro ieri e facendo scorpacciate di note al festival di paolo fresu a berchidda… disponibilissima, però, a organizzare un corso “last minute” se tu fossi interessata e se ci fosse un gruppetto interessato; il tutto si può fare anche in una cucina normale, oppure se conosci un luogo dalle tue parti che ci può dare uno spazio senza farci spendere un capitale…
    tu dove abiti o dove ti trovi in questo momento? (rispondimi qui, se vuoi e se puoi, perchè faccio un po’ fatica ad accedere alla posta)
    adiosu

  4. Posted 14 agosto 2011 at 14:44 | #

    cara laura, grazieeeee!
    mi ricordo molto bene di te!
    grazie dell’ammirazione e del silenzio (ma a volte, diverse volte, da questa parte ti garantisco che è importantissimo capire, sentire dal vivo quello che chi mi legge sta capendo, sentendo…)
    la canzone è, quasi inevitabilmente, “like a virgin” che ben si abbina al capitolo della murgia in cui si parla a lungo di verginità (della madonna e femminile) e di immacolata concezione
    il “sequel” della lipperini l’ho già letto qui e là, scovato in una biblioteca casalinga in una notte un po’ insonne prima di un corso di cucina in sardegna lo scorso dicembre, arriverà anche lui tra gli “sparsi sul comodino”, quando l’avrò letto per bene e metabolizzato
    ti abbraccio

  5. Simonetta
    Posted 14 agosto 2011 at 22:22 | #

    Ciao chefa,sono ad iglesias fino al 23 di agosto,poi parto in ferie per due settimane,ho casa e cucina dove poter organizzare un eventuale last minute.
    Nel frattempo, che ricetta abbineresti al nostro grande fresu-musicista-cinquantenne che ho avuto piacere di ascoltare più volte,ultimamente nel suo ultimo sardo-tour,e che starai gustando anche tu in quel di berchidda?

    …E…per proseguire la serie dei saluti in dialetto sardo…
    ti auguro un nuovo “beni benìa”(benvenuta)
    in terra sarda.
    Simonetta

  6. Posted 17 agosto 2011 at 10:59 | #

    …andiamo con…disordine:
    il piccolo grande sardo merita una ricetta particolare a cui sto lavorando e che in questo momento non posso svelare…
    chissà… forse sto sognando… ma sognare fa bene… forse, dotata di due fuochi (l’anno prossimo il tema di time in jazz è il fuoco…) riesco a lanciare qualche messaggio sul rivedere i nostri consumi anche a tavola… (fresu sta già facendo un ottimo lavoro con le energie alternative, l’attenzione al non spreco, ai rifiuti, ecc. tutti temi che via via negli anni dal palco di berchidda stanno prendendo forma e peso…)
    di certo fino all’anno scorso il trombettista sulla questione “cibo a minor impatto ambientale e animale” era ancora perplesso… durante la festa berchiddese di ferragosto 2010 (…menù: zuppa berchiddese ricoperta di lauti e filanti strati di formaggio di pecora bagnata con grasso brodo di pecora e per secondo ancora pecora lessa di fianco a una timidissima insalata verde… il tutto sotto i 38 gradi sardi dentro a un bosco di sughere di fianco a una chiesetta sperduta e sconsacrata nel cuore della campagna berchiddese…) …fresu mi disse col suo sorriso dolce e disarmante: “vegettarianesimo? mi ssa che qui a berchidda ssiamo ancora un po’ lontanni!…” ; -) ; -( …

    per quanto riguarda il last minute, se siamo a iglesias direi che mi frulla già in testa almeno una parte del menù: ceci di musei, verdure e frutta locali biologiche e biodinamiche delle care amiche e amici di siliqua, fregola sarda o riso di arborea… e visto che siamo nell’iglesiente possiamo lanciare il corso last minute, se vuoi, anche attraverso la rete delle donne di “domus amigas” che conosco bene…
    ecco il mio cell: 334 5890314

    un abbraccio e a prestissimo

  7. Simonetta
    Posted 20 agosto 2011 at 23:55 | #

    Ciao,leggo il post alle 24:30 del 20 agosto dopo un’estenuante giornata lavorativa a ridosso delle ferie estive tanto agognate e sarò impegnata fino a lunedi compreso:-(….
    Grazie per la risposta,il menu,anzi,gli ingredienti sono un ottimo programma,hai nominato,tra gli altri,le domus amigas,che ammiro e ho incontrato qualche anno fa.

    Prendo nota del cell,mi farò viva senz’altro.
    Per ora un “yawn”di sonno.
    Ciao!
    Simonetta

  8. Posted 24 agosto 2011 at 10:25 | #

    o kappa simonetta ; -)

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